sotto giudizio
RECENSIONI


Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio
a cura di Jerome Kohn
Einaudi, Torino 2004, pp.238, ISBN 88-06-17175-5, 22,00



Hannah Arendt interpretò la grande crisi politica del Novecento come un sintomo di un più vasto collasso morale, e tentò di decifrarne il significato ricercandone la causa profonda nelle attività spirituali umane.
Il testo raccoglie vari saggi, lezioni e discorsi della pensatrice sul tema della responsabilità e del giudizio. Non viene proposta al lettore una soluzione teorica definitiva rispetto agli interrogativi sollevati, piuttosto un invito al pensiero tra sé e sé.
dalla controversia suscitata dal libro La banalità del male, che Hannah Arendt scrisse con l’intenzione di offrire un resoconto del processo Eichmann del 1961 e per porre in evidenza che in quel processo le teorie tradizionali sul male venivano smentite, emerse in primo piano il problema della capacità di giudizio, che a sua volta investe problemi di tipo etico. Doveva infatti essere spiegato il collasso morale della Germania, di quanti compirono omicidi di massa senza aderire completamente all’ideologia del sistema e che furono incapaci di opporsi al regime e di formulare un proprio personale giudizio.
In particolare, ne La responsabilità personale sotto la dittatura emergono due questioni: “Come posso distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato quando la maggioranza o la totalità delle persone che mi stanno accanto ha già formulato un giudizio?”; “in che misura noi possiamo davvero formulare un giudizio su eventi del passato, su accadimenti ai quali non abbiamo assistito?” (p. 16).
L’atto del giudicare pone il problema della comprensione retrospettiva, cioè di giudicare un fatto che è spazialmente e temporalmente lontano da noi ma che risulta fondamentale per rendere umanamente intelligibili gli eventi attuali; il giudizio quindi è pienamente coinvolto nella ricerca di senso dell’uomo.
Questa facoltà, secondo Hannah Arendt, dovrebbe funzionare in maniera spontanea anche quando ci scontriamo con fatti che non hanno precedenti, senza rimanere vincolata a schemi preconcetti, norme di vita generali; è dunque una facoltà del tutto autonoma, che prescinde da ogni circostanza esterna.
Il requisito per l’esistenza di questa facoltà è “la predisposizione a vivere con se stessi, cioè a impegnarsi in quel dialogo silente con se stessi che, sin dai tempi di Socrate e Platone, siamo soliti chiamare pensiero.” (p. 37)
L’adesione al regime dei membri cosiddetti rispettabili della società che sostituirono un blocco di norme all’altro senza una preliminare riflessione, ci insegna che rimanere ciecamente coerenti a un sistema di regole è molto più pericoloso e molto meno affidabile di un atteggiamento scettico che ci spinge invece a sottoporre a dubbio e a formulare un’idea autonoma: atrofizzando la nostra capacità di esaminare diventiamo capaci di compiere qualunque misfatto.
Infatti, la pensatrice afferma che il termine “obbedienza” dovrebbe essere eliminato per sempre dal vocabolario politico e morale perché è una parola che può essere applicata solo nella sfera religiosa, dove l’adulto è ridotto in schiavitù ed in cui il rapporto tra Dio e il credente è simile alla relazione adulto-bambino. Solo in questo modo possiamo riacquistare la nostra dignità di esseri umani.
In Alcune questioni di filosofia morale sono poste al centro dell’attenzione le questioni morali che concernono la condotta e il comportamento dell’individuo e rappresentano le norme in base alle quali l’essere umano distingue il bene dal male ed è in grado di giudicare. I problemi di carattere morale e giuridico si basano sull’idea di persona che risponde ai propri atti e prescindono dal sistema e dall’organizzazione di cui si fa parte; l’istituzione giuridica deve sfidare le giustificazioni astratte e focalizzare la propria attenzione sul singolo individuo, non indagando il funzionamento di un dato sistema ma chiedendosi perché l’imputato ne è diventato complice solo perché gli era stato detto di farlo. Hannah Arendt è convinta del fatto che ogni persona sana di mente reca in sé una voce che gli dice ciò che è giusto e ciò che è sbagliato a prescindere dalle leggi in vigore. La condotta morale dipende dunque essenzialmente dal rapporto che l’uomo intrattiene con se stesso; egli non deve contraddirsi né disprezzarsi, e questo dovrebbe bastare in termini morali a distinguere il bene dal male ed a compiere il bene invece del male. Esiste infatti, secondo la Arendt, una netta distinzione tra il bene e il male che è assoluta e non relativa, ed ogni essere umano sano di mente è in grado di compierla. Lo dimostrarono quei pochi che durante il regime rimasero immuni da ogni colpa e non affrontarono mai un dilemma di coscienza, non dubitarono mai che i crimini rimanessero tali, anche se legalizzati dal governo vigente, cioè non sentirono in se stessi un’obbligazione ma agirono in accordo con ciò che per i loro occhi era autoevidente; non in virtù di un non devo, ma piuttosto di un non posso farlo per continuare a vivere una vita degna in accordo con il mio io. Se, invece, entriamo in conflitto con noi stessi, siamo destinati a passare il resto dei nostri giorni con un nemico.
Il precetto morale sorge quindi dall’attività di pensiero, e il fare male è un modo per interrompere questo dialogo interiore con se stessi e deteriorare questa nostra capacità. Ecco come il ricordo acquista rilevanza: ci consente di muoverci nel mondo della profondità, dove siamo testimoni delle nostre stesse azioni, mentre i peggiori crimini sono commessi da coloro che sono incapaci di guardarsi allo specchio, e proprio perché non hanno mai pensato, allora dimenticano.
Dunque, se solo grazie all’attività di pensiero mi qualifico come persona capace di parlare con se stessa, il pericolo più grande che si profila per l’uomo è la tendenza a non voler giudicare: “Dalla volontà o incapacità di scegliere i propri esempi e la propria compagnia, ...scaturiscono i veri skandala, le vere pietre d’inciampo che gli uomini non possono rimuovere perché non sono create da motivi umani o umanamente comprensibili. Lì si nascondono l’orrore e al tempo stesso la banalità del male.” (p. 126)
Responsabilità collettiva fu concepito come testo da leggere in pubblico in risposta ad un intervento tenuto all’American Philosophical Society nel 1968, in cui la Arendt analizza il termine responsabilità mettendone in luce le diverse sfumature.
Esiste una cosa che si chiama responsabilità per le cose che si sono fatte: si è responsabili di esse.” (p. 127). C’è differenza tra responsabilità e colpa, poiché quest’ultima ci singolarizza, è qualcosa di personale e si riferisce a un’azione. Mentre per parlare di responsabilità collettiva, dobbiamo riferirci ad un orizzonte politico e non semplicemente morale: al centro delle nostre considerazioni sul comportamento umano sta il mondo sociale. Per parlare di responsabilità collettiva, “devo essere ritenuto responsabile di qualcosa che ho fatto e la mia responsabilità deve essere integralmente ascritta al fatto che ero membro di un gruppo (di un collettivo), il che significa che non avevo assolutamente modo di rinnegare o cancellare la mia appartenenza a quel certo gruppo.” (p. 129). Ciò vuol dire che assumerci le responsabilità - e non le colpe - di cose che non abbiamo fatto, è il prezzo da pagare per vivere in un mondo con altri esseri umani, e non al singolare.
Per Hannah Arendt è infatti di primaria importanza prendere atto della reciprocità che ci lega in quanto esseri umani e mai dimenticare quella facoltà che ci permette di relazionarci innanzitutto con noi stessi e poi con gli altri. Come descritto ne Il pensiero e le considerazioni morali, il pensiero è un bisogno coevo all’apparizione dell’essere umano sulla terra, facoltà presente in ognuno di noi e non prerogativa di pochi, che non produce nulla di tangibile e può essere soddisfatto solo dal pensiero stesso. Il pensiero non conferma, ma semmai dissolve regole di comportamento. Il non-pensiero insegna invece alla gente ad aggrapparsi a regole determinate, abituandola a non prendere decisioni; dunque l’incapacità di pensare è una possibilità sempre latente di mancare l’appuntamento con se stessi, e sarà proprio colui che non pensa e che non è mosso da ragioni particolari, ad essere capace del male infinito.
L’elemento epurante del pensiero che si manifesta nella “distruzione” di valori, dottrine, convinzioni congelate in una società, ha un effetto liberatorio sulla facoltà del giudizio, “la più politica delle capacità umane. Si tratta della facoltà di giudicare casi particolari senza sussumerli sotto quelle regole generali che possono essere insegnate e apprese finché ci muoviamo nell’ambito di usi e costumi che possono sempre essere sostituiti da altri […] il giudizio, il sottoprodotto dell’effetto liberatorio del pensiero, lo rende manifesto nel mondo delle apparenze […] la manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza, è la capacità di distinguere il giusto dall’ingiusto, il bello dal brutto. E ciò, davvero, può evitare la catastrofe, almeno per me stesso, nei rari momenti in cui le cose vanno a rotoli.” (p. 163)
La seconda parte del libro, intitolata Giudizio, fornisce degli esempi su come Hannah Arendt abbia in concreto formulato giudizi su degli eventi.
Il punto di partenza della riflessione del saggio Riflessioni su Little Rock è stata una fotografia riprodotta sui giornali in seguito alla decisione della Corte Suprema di rafforzare una politica scolastica anti-segregazionista. L’immagine ritrae “una ragazza di colore, in compagnia di un amico bianco del padre, che se ne va via da scuola attorniata e perseguitata da una marmaglia di giovinastri tutti intenti a canzonarla. A questa ragazza era stato chiesto in pratica di diventare un’eroina.” (p. 175). La prima cosa che la Arendt si chiede è: “cosa avrei fatto io se fossi stata una madre di colore? E la mia risposta è stata: in nessun caso avrei lasciato che mia figlia fosse spinta con la forza in un gruppo da cui non era desiderata.” (p. 167). Pur essendo contraria a qualunque legislazione razziale, la Arendt era contraria ad un intervento anti-segregazionista all’interno della politica scolastica, perché ciò, oltre a scaricare la responsabilità degli adulti sui giovani in una materia così delicata, annullava anche il diritto dei genitori a scegliere la scuola dei propri figli e li privava di quei diritti che appartengono a una società libera. Inoltre per i bambini, il fatto di essere costretti all’integrazione implicava un conflitto tra casa e scuola, e nell’età infantile, in cui c’è una forte tendenza al conformismo e ad identificarsi con il proprio gruppo di appartenenza, non ci si può aspettare che i bambini siano in grado di affrontarlo. “Ed ecco allora il risultato: quella marmaglia di giovinastri che ci mostra la fotografia di cui vi ho parlato. Il conflitto tra una scuola integrata, tra il pregiudizio familiare e le richieste della scuola, abolisce d’un sol colpo l’autorità sia di genitori che d’insegnanti, rimpiazzandola con quella dell’opinione pubblica, cui i giovani e i giovanissimi non sono ancora in grado di contrapporre un’opinione propria.” (p. 183). “Il problema, dunque, non è come eliminare la discriminazione, ma come tenerla dentro i confini della sfera sociale, in cui è legittima, e come evitare che trapassi nella sfera politica e in quella personale in cui invece è distruttiva.” (p. 177)
Il delegato. Colpevole di silenzio? È un giudizio di colpevolezza nei confronti di Papa Pio XII che negli anni del regime nazista, non fece sentire la sua opposizione allo sterminio degli ebrei, non emise condanne pur detenendo una “sovranità spirituale” e rappresentando il “Vicario di Cristo”. Hannah Arendt prende in analisi l’opera teatrale di Rolf Hochhuth, The Deputy, un dramma che affronta la scottante questione della responsabilità del Papa e lo accusa di passiva complicità, denunciandone l’atteggiamento acquiescente nei confronti del nazismo. L’opera, che è una sorta di reportage documentato e basato su eventi reali, in cui emerge chiaramente che la Chiesa durante la Seconda Guerra Mondiale si occupò soltanto di gestire al meglio i rapporti con il Terzo Reich, suscitò un grande scalpore. I cattolici si comportarono come il resto della popolazione tedesca. Il dossier sulla politica del Vaticano tra il 1933 e il 1945 parla chiaro: la chiesa non condannò mai né il razzismo né l’antisemitismo, e non c’è giustificazione che tenga. “Certo nessuno può dire che cosa sarebbe successo se il papa avesse alzato la voce in pubblico. Ma, a parte ogni considerazione di carattere squisitamente pratico, com’è che a Roma nessuno riuscì a capire ciò che in così tanti capirono dentro e fuori la Chiesa in quel periodo, ossia che - per citare le parole di Reinhold Schneider, cattolico tedesco - una protesta contro Hitler ‘avrebbe restituito alla Chiesa un’autorevolezza di cui essa non godeva ai tempi del Medioevo’?” (p. 193). Il saggio si conclude con una vibrante citazione di Friedrich Heer: “Solo la verità ci renderà liberi. Tutta la verità - che è sempre orribile da ascoltare.” (p. 193)
Auschwitz sotto processo è un altro esempio di giudizio, ma stavolta ad essere ‘condannato’ è il mondo intero che ha reso possibile l’accadimento di un orrore mostruoso a cui nessuno era preparato.
Vengono inoltre messe in luce le difficoltà nello stabilire le responsabilità e l’entità della colpa effettive di ognuno durante i processi. Ma anche se la fonte di legge durante il regime era esclusivamente la volontà di Hitler, è inammissibile che tutti i collaboratori trascurarono il “fattore umano”. Le parole di Hannah Arendt non lasciano dubbi: è evidente che “ad Auschwitz ciascuno era libero di decidere se essere buono o cattivo.” (p. 214)
Il discorso Quando i nodi vengono al pettine è posto a conclusione dell’opera, giacché Hannah Arendt lo pronunciò in pubblico nel 1975, anno della sua morte. Qui l’autrice pone l’accento su come sia importante non nascondere e “dimenticare la nuda e potente brutalità dei fatti, delle cose come stanno realmente.” (p. 221)
È giusto, infatti, provare a recuperare “il valore straordinario del pensiero, delle parole e delle azioni” (p. 220), che solo attraverso l’interpretazione e la speculazione potranno disvelare le radici profonde di ciò che è avvenuto. Ciò che sta alla base della nostra epoca - quella di Arendt, quanto l’attuale - è la “dottrina del Progresso” il cui motore è rappresentato da un cieco andare avanti che non implica inseguire il meglio e non è intrinsecamente qualitativo, ma solo un consumo, uno sperpero sempre più rapido. È invece importante non estirpare il passato che è parte integrante del nostro presente e che è diventato tale solo in quanto è stato preceduto da eventi e fatti che hanno la funzione di “assillarci come uno spettro”. “Il nodo che viene al pettine, allora, è una lunga assuefazione all’immagine, che sembra scatenare fenomeni di dipendenza non troppo dissimili da quelli prodotti dalle droghe.” (p. 232)
Infine, nel discorso pronunciato a Copenaghen sempre nel 1975, in occasione del Premio Sonning per i contributi alla cultura europea e qui presente sotto il titolo Prologo, Hannah Arendt dichiara la sua propensione a “schivare le apparizioni pubbliche” (p. 7), in virtù del fatto che lo spettatore coglie meglio il senso degli eventi rispetto a chi ne è coinvolto; ciò la spinge a chiedersi: perché “scegliere me, che non sono una figura pubblica e non ho mai avuto l’ambizione di esserlo?” (p. 10). La conclusione del discorso mi sembra davvero rappresentativa dello ‘spirito di libertà’ di questa brillante pensatrice quando scrive: “Profondamente onorata e grata a voi tutti per questo riconoscimento, sarò libera non solo di cambiare il mio ruolo e la mia maschera nella grande commedia del mondo, ma sarò libera anche di avanzare sulle tavole del palcoscenico nella mia nuda ‘ecceità’, identificabile spero, ma non definibile, e comunque non sedotta dalla grande tentazione del riconoscimento che, comunque vadano le cose, può solo farci riconoscere in questa o quest’altra veste, può solo farci riconoscere per quello che noi, essenzialmente, non siamo.”(p. 12)

(Martina Sechi)


Indice

Introduzione di Jerome Kohn

Prologo

Parte prima: Responsabilità

La responsabilità personale sotto la dittatura

Alcune questioni di filosofia morale

Responsabilità collettiva

Il pensiero e le considerazioni morali

Parte seconda: Giudizio

Riflessioni su Little Rock

Il delegato. Colpevole di silenzio?

Auschwitz sotto processo

Quando i nodi vengono al pettine





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