sotto giudizio
RICERCHE


Il giudizio 


di
Maurizio Mori




1. Il termine “giudizio” viene di solito usato in due sensi principali: a) la sentenza circa la colpevolezza o la responsabilità di un soggetto che ha compiuto una certa azione; b) l’affermazione se una proposizione corrisponde o no allo stato del mondo indicato dai termini presenti nell’enunciato in oggetto. Il secondo uso del termine è quello più squisitamente filosofico e solleva problemi estremamente difficili circa la nozione stessa di “proposizione”, tema che ha impegnato per oltre un secolo alcuni dei migliori studiosi e ben riassunto nell’ampia voce di Richard Dale dedicata al riguardo nella Encyclopedia of Philosophy curata da Paul Edwards (1967). Oggi si tende a dimenticare quei contributi, ma a me pare che vadano tenuti presenti come base da cui partire ove si volesse esaminare la questione in termini propriamente teorici.

Il primo uso del termine è invece quello tipicamente giuridico e affonda le radici nell’esigenza di trovare una valutazione di parti della condotta dei soggetti. Si tratta quindi di stabilire:

1) qual è il soggetto da giudicare,
2) chi opera il giudizio,
3) quale parte del mondo (la condotta o il soggetto) è oggetto di giudizio, e
4) in base a quale criterio.

Anche in questo caso, ciascuna delle fasi indicate comporta problemi di grossa portata che possono essere qui solamente indicati, più che esaminati in modo approfondito.

Si consideri ad esempio la fase circa il “soggetto da giudicare”: in primo luogo si tratta di vedere se il giudizio riguarda solo gli umani o anche i non-umani. Abbiamo fatto in fretta a dimenticare che fino ad alcuni secoli fa, venivano celebrati veri e propri giudizi anche nei confronti di animali non-umani che avessero causato danni a persone. C’è da discutere sul senso profondo di questa pratica, per vedere se essa sia connessa a un diverso modo di concepire gli animali non-umani o piuttosto a un diverso criterio di giudizio comprensivo di ogni danno prodotto, indipendentemente dall’agente e dalla sua (eventuale) responsabilità – un aspetto su cui tornerò in seguito. Il problema della pratica un tempo diffusa del giudizio circa gli animali non-umani ci rimanda per simmetria alla questione del giudizio di enti ultra-umani, ossia di organismi biologici dotati di capacità superiori a quelle dell’uomo come i maghi o le streghe, i semidei o altri sovrumani, oppure di puri spiriti privi di corporeità. Anche a questo proposito si pensi ai tanti giudizi di streghe o maghi visti volare nel cielo o compiere azioni prodigiose e impossibili ai comuni mortali, oppure alla meticolosa classificazione dei diversi tipi di angeli e di demoni che popolavano l’universo. Oltre ad esigenze di tipo metafisico connesse con la gradualità dell’essere, le distinzioni erano dettate da esigenze di giudizio pratico per la valutazione della maggiore o minore gravità dei diversi danni accaduti.

L’aver aperto lo sguardo al ‘giudizio’ circa l’operato di enti sovrumani o spirituali ci porta al discorso su Dio come punto finale del piano metafisico. Al di là di discorsi ontologici circa l’eventuale ordine metafisico e il tipo di gerarchia prevista per questo àmbito, si tratta di vedere se il “giudizio” previsto per gli esseri sovrumani si estenda anche al vertice oppure se questo ne sia escluso – e per quali ragioni. Questo è un problema non facile da chiarire su cui torneremo presto per il rimando agli altri temi del “chi giudica” e del “criterio in base al quale giudicare”.

Le considerazioni fatte sono importanti perché ci consentono di acquisire un primo punto fermo: nella nostra mentalità (o paradigma) comune e diffuso, ha senso giudicare solo gli umani, escludendo sia i non-umani sia gli ultra-umani (con l’eccezione, forse, di Dio), e qualsiasi umano, indipendentemente da distinzioni di razza, di sesso e di cultura. Questo primo risultato sembra ad alcuni una notevole conquista di civiltà proprio per il forte senso di uguaglianza che la ispira, ma – a ben vedere – essa per un verso è sicuramente troppo ampia e per un altro appare problematica. Suscita problemi la clausola dell’indipendenza dalla “cultura”, perché questa clausola sembrerebbe rimandare alla possibilità di avere un uomo astratto e generale avulso dalla dimensione storico-culturale. Si può al contrario dire che la cultura è il faro che illumina il “chi” (quale umano) è soggetto al giudizio e quindi sostenere che l’indipendenza da razza e sesso è essa stessa un’acquisizione culturale, clausola che non può quindi essere posta sullo stesso piano delle altre senza creare circolarità nel discorso. A conferma di questo punto si può osservare che, nella nostra “cultura”, non risponde affatto a giustizia il sottoporre a giudizio qualsiasi umano, ma solo quelli che sono “capaci di intendere e di volere”. Questa ulteriore clausola restrittiva ci porta immediatamente ad escludere sia i minori sia i malati psichici – creando nuovi enormi problemi come quelli della definizione di “minore” e di “malato psichico”, dato che ci sono sfumature e diverse patologie invalidanti.


2. La breve analisi fatta del primo aspetto concernente chi è il “soggetto del giudizio” inteso in senso normativo già ci porta a vedere la complessità dei problemi coinvolti. Il secondo aspetto riguarda il “chi dà il giudizio”, ossia chi ha titoli a dare il giudizio, tema che (sempre nel nostro paradigma) prevede tre diverse possibilità: 1) Dio o l’ente supremo trascendente; 2) il soggetto umano singolo; 3) un gruppo o insieme di soggetti umani designati.

Per non predeterminare sin dall’inizio l’analisi teorica della questione sembra opportuno ricorrere all’approccio storico che ci consente di acquisire alcuni dati di fatto da considerare: dopo aver preso atto di quanto è avvenuto nella storia, saremo meglio in grado di ‘giudicare’ la questione. Nel momento in cui ci poniamo in questa prospettiva diventa subito palese che nei secoli passati dapprima erano gli esseri sovrumani e poi “Dio” (ente metafisico) ad essere visto come il titolare accreditato del giudizio. Il fatto di essere caratterizzato da trascendenza ha posto ed ancora pone il problema di come Dio possa manifestare agli umani il proprio giudizio, tema che ha portato ad escogitare le più diverse soluzioni: dalle diverse forme di “giudizio di Dio” (camminare sui carboni ardenti o compiere altre prodezze) alla creazione di istituzioni tanto intrise di trascendenza (il clero) da essere capaci di pensare come Dio penserebbe, individuando così in modo logico e razionale il ‘giudizio’ richiesto. C’è anche chi, pur credendo in Dio, ritiene sia ingenuo poter credere di individuare il Suo giudizio con modalità tanto precise ed afferma che proprio in forza della trascendenza che lo caratterizza esso resta sempre incerto e imperscrutabile. Si è sempre in un ineliminabile chiaroscuro ed è una forma di superstizione (o addirittura di idolatria) pretendere di poter parlare a nome di Dio, l’ineffabile.

Senza cercare qui di valutare le diverse posizioni, mi pare si possa rilevare che la creazione del diritto (statale) come istituzione sociale specifica deputata a ‘giudicare’ le controversie pubbliche più rilevanti abbia portato a dire che titolato a dare il ‘giudizio’ è un gruppo di uomini – i giudici. Questi operano in base a precise procedure e criteri in base ai quali viene dato il giudizio stesso. È problema aperto sapere come vengono stabiliti i criteri e le procedure, dal momento che alcuni ritengono essi derivino dalle tradizioni secolari o siano dati dalla stessa “natura delle cose” per cui prescindono dalla volontà umana, mentre altri credono che essi siano stabiliti da altri uomini (il potere legislativo) i quali a loro volta operano in base a regole datesi appositamente per la creazione delle leggi: un processo tutto umano derivante da un insieme di rimandi, di pesi e contrappesi. Resta da chiarire se la volontà di un gruppo appositamente designato (sia esso il Parlamento o il collegio di giudici) venga ad assumere una sorta di potere “sovrumano” o se invece la presenza del gruppo e il consenso collegiale non aggiungano nulla rispetto al giudizio del singolo.

Quello accennato è un problema importante perché rimanda a modi diversi di intendere la nozione di ‘trascendenza’ e quindi la possibilità o impossibilità di eliminarla. A volte, poi, le due forme di ‘trascendenza’ sembrano convergere o addirittura coincidere, aumentando così le probabilità di confusione. Senza approfondire oltre la questione osservo che, anche ammettendo che il ‘giudizio collegiale’ presenti una qualche forma di superiorità rispetto a quello individuale, si deve riconoscere che essa è creata dal basso e non dipende da una discesa dall’alto. Introducendo le categorie di “alto/basso” intendo rimandare al discorso della metafisica sostanzialistica che prevede l’esistenza dello spirito diverso o contrapposto alla materia. Le due prospettive indicate sono diverse perché la prima è indipendente dalle scelte umane, mentre l’altra è costruita sulla scorta di una molteplicità di scelte che appunto convergono. In questo senso, la seconda prospettiva diventa comunque una variante della tesi che individua come titolare accreditato del giudizio il soggetto umano (la persona).

Nel momento in cui riconosciamo questo, possiamo cogliere l’importanza della componente culturale, dal momento che il soggetto è immerso nella cultura e vive di essa. Questo cambia tutto e ci pone in una nuova condizione. Con cultura intendo l’insieme di creazioni tecniche e di significati e simboli che scandiscono le relazioni umane è come l’aria che respiriamo: non solo ci consente di esistere, ma anche ci plasma determinando il nostro stesso modo di vedere e le nostre preferenze. Di qui una conclusione immediata su cui tornerò più avanti: il soggettivismo puro è un mito ossia un idea insostenibile, perché il soggetto giudica sempre (e non può fare altrimenti) in base all’ambiente culturale e la cultura è qualcosa di sociale creato dall’interazione di più soggetti.

Avendo individuato le diverse opzioni circa il titolare del giudizio morale e l’affermazione dell’individualismo umanistico, si può osservare che oggi il giudizio riguarda sia le azioni umane sia i tratti di carattere. Che cosa sia un’azione è altro problema di grande momento e complessità. Infatti l’azione consta di molti elementi tra cui come minimo vanno annoverati i seguenti: la previsione delle conseguenze future, l’intenzione di attuarle, e la fattispecie richiesta per produrre gli effetti attesi. Ciascuna di queste parti solleva questioni interessanti sia sul piano filosofico sia su quello pratico. Ad esempio, una questione spesso discussa riguarda la relazione tra la mera previsione dell’evento e la intenzione a produrla. Ancora si tratta di vedere il peso relativo dell’intenzione (o parte “interna”) rispetto a quello della fattispecie (o parte “esterna” dell’azione): dobbiamo dare maggior peso a ciò che è inteso dall’agente (nel suo cuore), oppure a ciò che viene ad essere causato nel mondo e al modo in cui si interferisce col mondo (nella fattispecie visibile ed esterna)? Sono, questi, temi dibattuti da secoli e che rimandano a posizioni e questioni davvero difficili, perché ci sono complicazioni sia con l’una che con l’altra soluzione.

Infatti, per un verso le intenzioni sono difficilmente conoscibili (in quanto “interne” all’uomo), per cui vanno ricostruite attraverso la dichiarazione dell’interessato o l’inferenza dai comportamenti. Ma entrambe le vie sembrano incerte, perché da un lato le persone spesso mentono circa le proprie intenzioni, e dall’ altro è difficile risalire per inferenza dal comportamento a ciò che sta nell’animo dell’agente. Inoltre, chi assume questa posizione viene a dire che il giudizio riguarda i tratti di carattere, più che le azioni. È più importante che le persone coltivino le disposizioni dell’animo e siano pronte a sviluppare certi atteggiamenti che solitamente portano a certe azioni, piuttosto che rivolgere l’attenzione alle azioni stesse. Ma questo incontra la seguente grave difficoltà: le azioni sono soggette alla volontà, ma possiamo allo stesso modo “volere” coltivare un tratto di carattere? In altre parole, quando si giudica l’“azione” (umana) diamo per scontato e supponiamo che sia nostra facoltà tanto “devo fare A, se lo voglio” quanto “devo fare non-A, se lo voglio”, mentre diventa più sfumato credere che una persona possa dire “devo diventare coraggioso, se lo voglio” o “devo diventare irascibile, se lo voglio”. Mentre supponiamo di poter richiedere che l’agente sia responsabile delle sue azioni (di ciò che fa, degli effetti che produce nel mondo), è più difficile richiedere che sia responsabile del suo carattere (di ciò che è, dei suoi atteggiamenti circa il mondo). Questo perché mentre le azioni sono controllabili, sembra sia più difficile controllare lo sviluppo del carattere, non foss’altro perché spesso manchiamo della consapevolezza dei difetti al riguardo e non ci rendiamo neanche conto di quel che dovremmo diventare: ci manca il desiderio di sviluppare i tratti richiesti, per cui non si capisce in che senso ci si possa ascrivere una qualche “responsabilità” al riguardo.

Se, invece, si vuole dare maggior peso alle azioni, allora sono più semplici i problemi circa la “responsabilità” dell’agente, ma si complicano le questioni circa le azioni da giudicare. Tra i molti problemi uno solo: il giudizio va dato agli effetti attuali o effettivi delle azioni, oppure a quelli previsti o prevedibili? A ben vedere, noi agiamo sulla scorta delle previsioni, ma il giudizio sull’azione riguarda quest’aspetto o il risultato che in realtà si verificherà. Questo è solo uno dei temi da chiarire, che certamente apre scenari difficili da illuminare e che richiedono un lavoro che non posso svolgere in questa sede. Infatti, mi pare opportuno dedicare le riflessioni finali all’ultimo aspetto sopra individuato, quello che riguarda il “criterio di giudizio” ossia il criterio in base al quale il soggetto formula il giudizio. Ritengo che questo sia il tema principale dell’intera questione, ed a questo dedico le prossime considerazioni.


3. Con “criterio” intendo quella sorta di “metro” o di “unità di misura” in base al quale operare la valutazione, la quale sarà positiva se supera lo standard previsto, o negativa se invece non raggiunge questo livello. Il giudizio è quell’operazione mentale (intellettuale e/o affettiva) attraverso la quale noi confrontiamo una data azione o un certo tratto di carattere di una persona umana con un “criterio” per stabilire se ciò che è preso in considerazione (sottoposto a giudizio) è rispondente ai parametri previsti dal criterio assunto.

Chi e come si stabilisce questo criterio? In un senso è banale rispondere al primo quesito che il criterio è stabilito da un qualche soggetto, e che non può che essere che così. Solo i soggetti formulano giudizi, e per questo si può anche che tutti i giudizi sono soggettivi, dal momento che sono formulati da soggetti. Va però ricordato subito che quest’osservazione è banale e scontata: è certamente vero che qualsiasi giudizio è soggettivo in quanto frutto di un soggetto (non si è mai visto un giudizio formulato senza soggetto), ma questo non è affatto il problema rilevante e in discussione, che riguarda il modo con cui il soggetto individua il criterio sulla scorta del quale giudica. Chi difende la soggettività dei giudizi (morali e normativi) presuppone non tanto che il giudizio sia formulato da un soggetto, bensì che il soggetto nella formulazione del giudizio faccia riferimento a un criterio soggettivo nel senso di essere come “inventato o creato” da sé medesimo.

Il problema vero, quindi, non è tanto stabilire chi stabilisce il criterio di giudizio, ma come lo si stabilisce e lo si individua. A questo punto ci sono vari snodi da considerare, ma il primo che si presenta è posto dalla seguente domanda: il criterio è dato e oggettivo nel senso di essere insito nella natura delle cose, oppure è costruito e soggettivo nel senso di essere in qualche modo dipendente dai soggetti che lo elaborano? La risposta a questa domanda individua due diversi paradigmi morali tra loro inconciliabili: quello dell’etica cattolica romana da una parte e dell’etica laica dall’altra. A volte la contrapposizione assume toni più vivaci, in quanto l’etica senza Dio viene accusata di relativismo o di nichilismo.

Infatti, per i cattolici romani si tratta di scrutare la natura e individuare il criterio che è assoluto e immutabile in quanto dipende da, ed è il segno de, l’Assoluto di Dio. Qui torniamo al problema sopra accennato, su chi è che pone il giudizio. A questo proposito si deve dire che, poiché si ritiene che Dio parli in due modi: direttamente attraverso la Rivelazione e indirettamente attraverso la Natura, chi interpreta il criterio oggettivo può fare riferimento alla religione – se con religione si intende un sistema che presuppone un ente trascendente: Dio.

Questo comporta due conseguenze. Se la natura dipende in un certo senso da Dio, allora la prima è che ci sono due tipi di “religione”: quella che possiamo chiamare naturale o Religione che fa riferimento alla creazione, la quale rimanderebbe appunto di per sé al Trascendente. Dall’altra la religione rivelata o Religione che fa riferimento alla rivelazione, la quale fa conoscere in modo diretto la posizione di Dio. Questo aspetto è sicuramente al di sopra della “ragione” umana, in quanto la Religione oggetto della teologia non rientra nei canoni razionali. L’altro aspetto o conseguenza, invece, può rientrare nell’ambito della “ragione” anche se, come si dice, aperta alla trascendenza – contrariamente ai canoni della ragione-scientifica che sembra prescindere da ogni apertura al trascendente. In questo senso si distinguono due corrispondenti sensi di “ragione”: la ragione come ragione-scientifica, e la ragione come ragione-aperta-al-trascendente che informa la religione naturale, ossia la Religione.

Qui vediamo perché oggi viene sempre più meno l’idea del criterio oggettivo o dato. La diffusione della scienza rende sempre più palese che il metodo scientifico fa vedere la natura come indifferente: non aperta al trascendente, ma contenuta in se stessa. Dal punto di vista scientifico la natura non è né buona né cattiva, ma è indifferente, perché la bontà/cattiveria dipendono dai soggetti conoscenti. In questo senso, l’ampliamento della secolarizzazione come processo di disincanto del mondo ci porta all’abbandono della Religione. Per questo oggi c’è lo scontro tra l’etica cattolica romana e l’etica laica, né basta l’appello alla ragione da parte dei cattolici. Infatti, si tratta della ragione-aperta-al-trascendente che non solo è diversa dalla ragione-scientifica, ma che sembra violare alcuni canoni di questa. Di qui l’incomprensione esistente sul tema.

Le considerazioni fatte ci consentono anche di spiegare l’altra contrapposizione, quella tra non-relativismo e relativismo o nichilismo. Molte di queste distinzioni si basano su temi retorici che vengono convogliati senza precisare il senso complessivo del discorso. Infatti è chiaro che il relativismo è contrapposto all’assolutismo, ossia la posizione secondo cui i divieti sono a-priori e immutabili – proprio perché dipendenti dall’Assoluto. Questo ci spiega anche il passaggio al nichilismo, ossia la teoria che c’è il nulla: se si presuppone che l’Essere sia per natura propria Assoluto, allora la sua negazione sarà il Nulla – di qui il nichilismo. Tuttavia, c’è anche un’altra soluzione e cioè quella che ci sono realtà contingenti: ci sono e potrebbero non esserci. La presenza di questa terza via ci porta a vedere la carica retorica insita nell’accusa di nichilismo.

Veniamo così alla contrapposizione tra assolutismo e relativismo. Con relativismo si intende che il giudizio morale è dato in base (relativo) alle circostanze storiche, cioè il criterio deve considerare la situazione. Qui si tratta di chiarire se invece il criterio sia assoluto e cioè che impone divieti senza eccezioni, ossia senza tenere presente che in certe circostanze l’ubbidienza al dovere può produrre conseguenze dannose.

A questo punto il problema è che il criterio assoluto ritenuto essere un dato in base alla ragione-aperta-al-trascendente non ha senso, e si deve riconoscere che c’è solo il criterio relativo, che è costruito in base alla ragione-scientifica e alle preferenze dei soggetti. Ed è questo punto che si pone un altro snodo importante, che riguarda in che modo è costruito il criterio-relativo. Esso di solito viene accusato di soggettivismo, quasi che il criterio dipendesse interamente dai desideri dei soggetti. Questo è sbagliato e comporta una profonda confusione, derivante dalla mancata attenzione rivolta alle circostanze. Infatti, non ha senso dire che il criterio di giudizio è soggettivo come inventato dal soggetto: l’etica è sempre intersoggettiva come la lingua, che non può essere ‘privata’, in quanto la sua funzione propria è quella di comunicare: una dimensione intrinsecamente sociale. Analogamente, anche il criterio etico non può essere soggettivo, ma è costruito socialmente attraverso meccanismi che rimandano all’universalità.

L’errore che si produce in tale contesto consiste nel trascurare il fatto che le circostanze storiche hanno aumentato la possibilità di realizzare dei desideri soggettivi, per cui abbiamo criteri intersoggettivi che assegnano l’opportunità di realizzare preferenze soggettive. Ma allora si può formulare un giudizio negativo nei confronti di chi afferma norme assolute che impediscono la realizzazione dei desideri soggettivi permessi, dal momento che tali norme precludono la realizzazione umana. In questo senso, la situazione si capovolge ed è proprio l’assolutismo ad essere sottoposto ad un giudizio negativo.




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