NUDITA'
EMERGENZE


À la nue accablante …
*


di
Jean-Luc Nancy

I

Per noi, l’immagine del nudo è una rappresentazione dolce, quasi rassicurante. Fa parte di una trasgressione affatto ordinaria, che di conseguenza non trasgredisce nulla. Conferma piuttosto l’attrattiva di una carezza intuita, già pronta, in realtà, sulla pelle che ci è offerta, trattata come seta o velluto dal gioco della grana fotografica e della luce. Il nudo, pittorico o fotografico, ma anche quello cinematografico, ci assicura un’intimità di certo fremente, commossa, ma di una mozione del tutto ammessa e in fondo pacifica, un voyeurismo discreto che si è dato per garante un nudismo la cui differenza con l’altro ha a che fare con la ricercatezza dell’immagine. In questa, il più delle volte, si smorza ogni crudezza, il profilarsi di un qualsiasi spasmo o contrazione si risolve in smanceria, oppure in tenerezza. Il nudo è diventato per noi verità molle, idealità naturista, svelamento pudibondo quando non è pornografico (allora non è più nudo, ma sfacciatamente aggressivo, il che è tutt’altro). Tutto sommato, questo compiacimento fu senza dubbio il suo destino già da tempo, da quando la pittura si lasciava andare alle sollecitazioni dei Boucher o dei Chassériau, che possono essere riprodotte oggi anche dai fotografi. Ciò vuol dire che questo rischio esistette da quando il mistero ebbe disertato la nudità così come la sua immagine, ovvero, per essere più precisi: la nudità stessa in quanto immagine del mistero – in quanto immagine, dunque, di ciò che non ha immagine.

(Senza dubbio nulla è così semplice ed ogni nudità avrà molto verosimilmente condiviso da sempre la doppia possibilità di aprire sul mistero o sul compiacimento, talvolta persino ponendo l’uno a ridosso dell’altro. Due accenti del piacere: la ricerca del desiderio o il suo appagamento. Due accenti, due accessi, due nudità.)

Si sarà grati a Jacques Damez per aver aggirato l’ostacolo. Le sue immagini di nudo non provengono da alcuno zelo impegnato a titillare gli occhi o i pensieri. Non sono affatto compiacenti, e neanche sempre piacenti nel senso in cui si potrebbe contentarsene, trovarvi soddisfazione e appagamento. Nulla in esse basta a sé, al contrario. Nulla vi risulta soddisfatto di sé. Il malessere stesso non è escluso. Questi nudi non rimandano ad una certezza, ma a un dubbio. Fanno sì che si levi la questione che li riguarda: che cosa vogliono da noi? quali attese suscitano in noi? Sentiamo in effetti che ci depongono sui loro bordi, davanti a loro, consegnati ad un’attesa o a un’interrogazione. Per lo meno, senz’altro esame, li sappiamo fragili. Questa fragilità non è quella di corpi troppo esili, né
di pelli minacciate: è la fragilità di un regime d’essere incerto. È una mancanza di sicurezza, che certo non esclude una forma di gloria dolce e trattenuta, ma che innanzitutto si interroga e s’inquieta – di sé, di noi che siamo invitati a vedere, di che cosa significhi qui “vedere”, in questa intimità forse imbarazzata, se non imbarazzante. Vi è là quasi una pesantezza. Questi corpi poggiano su di noi. Diventano un nostro carico, insistono sui nostri sguardi, possono giungere perfino ad opprimerli. Sono talvolta prossimi a prostrarci: a che titolo siamo là? con che diritto? davanti a quale responsabilità? sappiamo rispondere al loro dubbio – se non per toglierlo, almeno per condividerlo? Ci sovviene il verso di Mallarmé:
À la nue accablante tu…

Ma noi, precisamente, non possiamo dar loro del tu. Noi non siamo a tu per tu con questi corpi, la cui nudità distoglie da sé ogni familiarità, tanto l’intimità ne è l’opposto. Ciò che è intimo si allontana in effetti da ciò che è familiare grazie ad una distanza che non lo volge verso l’esteriore, ma verso un’interiorità o verso una profondità fuori portata. Non si tratta in alcun modo di raggiungerlo, e per finire non è né profondità, né interiorità: è la fuga, l’arretramento infinito, la sottrazione sempre rinnovata di cui la nudità è il segno. In una maniera inesorabile e deliziosa, questo segno ci prostra.

Si può e si deve leggerlo altrimenti, allo stesso tempo: tu, participio passato passivo di taire, tacere. Certamente il nudo deve essere taciuto (tu). Parlarne deve condurre al silenzio, a quest’altra prostrazione di un corpo contro l’altro, corpi che condividono i loro sapori, gli odori, gli umori, membra e labbra intrecciate.



II

La nudità non è la verità. Ne è insieme l’inquietudine, l’attesa, la cura e l’appello. Forse anche lo svestimento: tolta la veste, occorre comprendere che tutto resta da scoprire. Può darsi che si scopra alla fine che non c’era niente da svelare, ma ciò stesso diventa scoperta e lezione. La nudità non è l’esito, ma l’esordio di una iniziazione, un’apertura propedeutica alla ricerca della verità attraverso il lume naturale, come direbbe un trattato classico di metafisica.

La luce, sicuramente, è ciò di cui si tratta. Il corpo nudo rischiara in modo del tutto differente ciò che gli è intorno; quale che sia il colore della sua pelle, propaga un sordo chiarore che fa ombra al mondo circostante. L’evidenza e la certezza delle cose vacillano. Tutto avviene come nell’esperimento cartesiano del dubbio metodico. Il mondo non è più garantito, e la sola assicurazione che sussista non è affatto quella di una sostanza. È quella di un soggetto, senza dubbio – è certo che là ci sia qualcuno (qualcuna) – ma di un soggetto nel senso di un evento singolare e fragile, inafferrabile, tremante. Questo soggetto non trema né di freddo, né di vergogna, né di timidezza: trema di essere.

La pelle nuda dichiara – che cos’è in effetti la pelle se non dichiarazione, soggetto muto che parla? – dichiara innanzitutto che non si toglie più nulla. Non si spoglia il corpo della sua pelle. Non lo si può scuoiare senza metterlo a morte. Il corpo non si tiene grazie all’ossatura o alla muscolatura. Si tiene secondo la pelle, si tiene in essa e ci tiene ad essa. La pelle non lo avvolge (ciò che vi sta sotto non è più davvero corpo se non grazie all’analisi, all’anatomia, l’anamorfosi), la pelle lo svolge: ne espone la corporeità, questo genere di estroversione, questo essere-nel-mondo tra cielo e terra che fa un corpo. La pelle annuncia che questo corpo che consegna ha la forma di un’anima. Ora un’anima è senza fondo, questo è il suo carattere più proprio. La pelle dichiara una forma senza fondo. Si dichiara forma senza fondo, forma a fondo perduto. Dichiara la sua estensione come l’intensità che copre e scopre.

Il senza-fondo è la verità della pelle messa a nudo. È questa verità che il corpo consegna: non la incarna, non la figura, l’abbandona alla nostra stessa nudità, a quella dei nostri occhi, delle nostre mani, delle nostre anime. Sta a noi saperci rimettere a ciò che si consegna così, alla verità di un abbandono che nessuna verità ha appena dedotto.

Solo la pelle può essere nuda. Il corpo nudo non è aperto: né ferito, né operato, né dissezionato. Non dà accesso a nient’altro che a sé. Non invita a frugare alla ricerca di energie segrete o di fonti nascoste. È esso stesso segreto e nascosto, ostentatamente nascosto (dérobé) e misteriosamente sottratto allo sguardo stesso al quale si offre nudo.

Offerta ostensiva e misteriosa: dono di un’evidenza che si illumina da se stessa (questo è il senso di ogni mistero) e in virtù della quale, tuttavia, si cancella ogni evidenza con tutte le sue assicurazioni. Il nudo porta in sé l’evidenza del fatto che nulla renderà ragione del nudo stesso.

In sé porta il suo altro – non certo l’essere vestito, né l’essere ricoperto, ma questo altro sempre più nudo che affiora e si ritira persino nella nudità. Questo altro è meno l’effetto di un’alterità che di un’alterazione: non si ritira altrove, ma qui stesso, sulla superficie della pelle, sulla superficie che forma la pelle. Questa superficie non è posata su uno spessore, né ricopre una profondità: è la profondità stessa, o piuttosto, lasciando questo registro di opposizioni, è il movimento d’essere nell’incavo e nell’alzata, nell’inflessione, nell’inclinazione e nello slancio, nella nascita e nella scomparsa. Non è fatta di nient’altro che di questa mobilità, di questa plasticità. Il suo tessuto differisce da ogni altra membrana o tegumento. Non avvolge né si separa, svolge al contrario, espone e modula un pensiero: quello che nasce al contatto delle cose, dell’aria o dell’acqua che le bagna, degli altri corpi intorno che lo avvicinano.



III

Non esiste alcuna nudità solitaria. Non appena si è nudi non si è più soli. Perlomeno si sa bene di esser nudi, mentre normalmente si ignora di essere vestiti. Senza uno specchio o un’altra specie di occhio estraneo – sia pur quello di un animale, come quel gatto al quale un filosofo nudo si sente esposto come ad una interrogazione [1] – la mia nudità si riflette, si cura di sé, se ne inquieta o se ne sconcerta. Essa m’inquieta e mi sconcerta. Mi turba, giacché turba l’identità di una postura d’insieme che potrei credere sia la “mia” e che non è che un fascio empirico tenuto insieme alla meno peggio. Ma questo tratto empirico ha il suo rimando trascendentale: la condizione di possibilità dei miei gesti, delle variazioni nel portamento, nella mimica, nell’inflessione, è un’Idea (“me”) di cui un corpo è lo schema. Messo a nudo, questo schema si distacca dai riferimenti che lo legano ad un contesto (sociale, culturale). Diviene schema di un’Idea che è impossibile trovare: un soggetto singolare che non appare se non in maniera fuggevole e casuale: mentre si lava, nell’abbraccio, quando lascia il giorno per la notte (o l’inverso), quando si è impegnati in un esame clinico. Tutte queste situazioni hanno in comune il fatto di essere esposte e di non mantenere nulla propriamente come “mio”. Il corpo non è mio, consegna tutto ciò che è mio al rischio dello smarrimento. I tratti più propri diventano singolarità erranti. Il corpo nudo non è un soggetto dotato di attributi o qualità, ma un pugno di qualità o di attributi la cui unità resta presunta.

Questa unità gli viene come sua immagine. Non gli appartiene, gli deve venire da uno sguardo il cui desiderio si indirizza alla supposizione di unità che cela la seduzione, vale a dire il movimento che si profila nello sguardo, il percorso delle zone, dei luoghi, delle soglie, e con esso il ritmo che sta nascendo. Il corpo che non è dato a sé, che non è in sé, incomincia a diventare per me che lo desidero.

Non diverrà per questo un mio possesso. Non sarà annoverato affatto tra le proprietà, non sarà riportato ad alcuna identità – ma riproporrà la sua nudità in un’interminabile ripresa della sua immagine. Quest’ultima non è la sua rappresentazione; è alla lettera la sua presentazione: ecco, questo è il suo Corpo nudo, è lui, è lei, ecco il nudo, la nuda, ecco il corpo nascente, il corpo in uno schizzo infinito, corpo che si avvicina, corpo prossimo, imminente ma sfuggente, in sé sottratto (dérobé) alla tua presa. Il tuo sguardo non lo afferra, è lui a impadronirsi di te, è il suo cenno, la sua attesa, il suo essere in ritardo e in anticipo sulla sua unità di persona, di individuo o di soggetto. Corpo non personale, non individuato, corpo trasversale attraversato da tutte le nudità. (La loro ripetizione immobile, identica a un’unità supposta, produce una pornografia: allora non è più immagine, ma fantasma, non è più nudità, ma crudezza, non è più pelle, ma buccia, scorza.)

L’immagine appartiene al corpo nudo come la promessa della sua verità, una verità sempre promessa e mai mantenuta – nel senso che non può essere mantenuta, che non può essere fissata, che il suo esser-vera consiste nel tremare, nello scappare nel perdersi nell’irradiazione che il nudo proietta intorno a sé. In questa irradiazione, in questa disseminazione di se stessa, la nudità si dà e si trova, si perde e si denuda più oltre: diventa ciò che è, vale a dire la tensione che un’immagine intrattiene con la propria impossibilità.

Se è vero che l’immagine, prima di ogni specie di riproduzione o di imitazione, porta in sé la mimesis ontologica secondo la quale una cosa si mostra per ciò che è, in quanto è, secondo la quale essa offre il suo aspetto – non il suo “fenomeno” o il suo “apparire”, ma appunto la sua presenza, la specie più propria della sua presenza, allora è vero che il nudo è l’immagine nella quale si presenta la presentazione stessa: nessuna cosa, ma un ecco, un guardate qui che non mostra “qualcosa”, né “qualcuno (qualcuna)” ma se stesso: l’ecco si presenta, giacché il nudo non è nient’altro che sé, nient’altro che il suo indizio, il suo indice, la sua indicazione.

Allora, davanti a ciò che non è l’immagine di un “ecco”, ma un ecco-l’immagine ovvero l’ecco come immagine (e che cos’altro sarebbe mai?), non è sorprendente il fatto che non distinguiamo più quale sia il “qui”, né che tipo di cosa o di essere ci sia da vedere. A dire il vero, non vediamo nulla. Sappiamo che quanto vediamo non è da vedere. Sappiamo che vedere ciò che vediamo ci afferra la vista e la ritira in sé. Sappiamo che il qui, davanti a noi, del corpo nudo, non è già più qui, né là, ma si sottrae (dérobe) sul posto. Il nudo è un’immagine che si confonde, si offusca e si cancella da se stessa.



IV

Che il nudo rimandi a se stesso in una riflessività infinita, soggetto della sua nudità, ma nudità soggetta a sua volta del soggetto stesso, che rapporta a sé in maniera tale che questo rapporto resti senza conclusione e manchi o devî sempre di nuovo rispetto al suo termine ultimo: dove sarebbe mai, in effetti, il nudo stesso, dove sarebbe lei, la nuda, se non sempre più avanti o più indietro a sé? Il significato di “sé” o di “a sé” non è nient’altro che questa infinità: non ritorna a sé perché “sé” o “a sé” è il ritorno stesso, è un interminabile rivolgimento.

Orfeo, sempre, ogni nudità è di Orfeo. Volgendosi, immobilizza e raggela, pietrifica la sua stessa immagine e il suo amore di sé. Perché Euridice segua Orfeo, egli non deve cercare di guardarla. Giacché è dietro di lui la verità, l’anima, il canto del suo stesso cammino che risale dalle profondità verso il gran chiarore.

Eppure è lei, nuda, il sapore femminile della sua nudità d’uomo, così come s’avanza, nuda, dietro il corpo di cui trattiene il sentore mascolino. Il nudo rinvia in se stesso a una differenza dei sessi sempre più confusa, e tuttavia sempre più profusa. Si toccano l’un l’altra, pelle contro pelle e pelle per pelle, si scambiano di posto e si distinguono di nuovo. Che i personaggi in gioco siano o meno opponibili distintamente l’uno all’altro come maschio e femmina, questa differenza sempre instabile e sempre tesa si rimette in gioco ad ogni nudità come una delle impossibilità maggiori dell’identificazione del nudo in quanto soggetto semplice e semplicemente posto per sé.

Opprimente è così la nube nuda (nue) sia nugolo (nuée) che desnuda (dénudée), la nuvola (nuage) che si dispiega e che si abbatte leggermente su di noi con questo corpo spogliato, con questo corpo rivelato che non rivela nulla, nessun segreto, nessuna trascendenza se non il suo stesso trasporto al di là o al di qua di se stesso, se non la sua stessa modificazione o modulazione, la sua alterazione musicale, la sua sempre imminente trasformazione e trasposizione in altre tonalità, in nuove cadenze e valori. Opprimente è questo trasporto, questa sbandata (déportement) al di fuori della presenza a sé, questo smarrimento che coglie il soggetto nudo e lo desoggettivizza, lo inquieta e lo turba, l’oggettivizza a se stesso come immagine consegnata agli spettatori – fossero pure assenti. Desoggettivato, ma perciò tanto più assoggettato al suo stesso turbamento, tanto più rapportato a sé quanto più si è disamorato di sé, giacché la sua nudità l’espone al suo stesso fuori, al suo corpo in quanto fuori.

Corpo nudo partes extra partes, corpo che non combacia più con sé per raccogliersi in unità, ma che si modula in zone discrete, in discontinuità di forme e di punti che collegano e scollegano insieme molteplici reti di intensità varie che formano altrettante variazioni di campi, di ruoli, di identità: il piede nudo non è più soltanto un piede, o non lo è più affatto, ma è una curva di carezza, così come la spalla o il palmo possono isolarsi, valere per se stessi. Ogni zona consiste precisamente nel valere per sé, nell’essere per se stessa luogo di elezione di ciò che, attardandosi in questo luogo, distinguendolo dagli altri, gli dà questa forza di attrazione o di repulsione che si chiama piacere o dolore. Il corpo nudo è corpo a zone – è il termine che usa Freud, la zona erogena, vale a dire la differenziazione di ogni parte del corpo secondo linee di distinzione che non sono più quelle delle funzioni né delle percezioni, ma quelle delle intensità e dei ritmi che si collegano all’elezione del corpo intero come lo spasmo di un’anima che attira e respinge al tempo stesso il mistero della propria infinitezza. Zona è sempre una differenza di spazi, una distinzione di regioni, di atmosfere, di polarità telluriche o cosmiche: è articolazione e disarticolazione, composizione e smembramento di senso e di energie, di vettori, di gradienti e di tensioni, cielo e terra ovvero esuberanza lussureggiante e deserto, passaggi e bacini, ventri e dorsi.

Zone, è possibilità di senso e, per il corpo nudo, possibilità di sentirsi fare senso al di fuori di ogni significato attribuito – come quello del mantenimento o della riproduzione della vita. Il corpo nudo non è corpo vivente, e perciò non è immanente a se stesso. Non si appartiene ed è per questo che fa immagine, che si chiama e si reclama in quanto immagine.

Qui immagine vuol dire che non si compie realizzandosi secondo il concetto.



V

Chiamandosi, presentandosi la sua immagine, il corpo nudo è meno solo che mai: è più con che mai. È subito, tutto solo e tutto nudo, in compagnia di tutti gli altri. Si trova con tutti in una doppia estremità di equivalenza e di dissomiglianza. Sono tutti nudi, in effetti, gli uni come gli altri, questi corpi ai quali la nudità si espone. Sono tutti nudi e tutti completamente nudi, giacché non c’è alcuna nudità parziale. Finché la nudità non è integrale, può riprendersi, fa segno verso il suo ricoprimento, così come verso il suo denudamento ultimo. Quando è integrale, al contrario, non può più riprendersi ed è solamente così, non avendo più nulla da denudare, che la nudità entra nell’incommensurabile della sua messa a nudo. Comincia allora a non finirla più di scoprirsi.

Quando qualcuno è tutto nudo, tutta nuda, allora propriamente sopraggiunge il pudore: questo non è altro che il sapere del fatto che lì c’è tutto, in effetti, ma un tutto impossibile da totalizzare, un tutto in cui il Tutto si sottrae (dérobe), non essendo né somma, né sistema, né integrazione, né sussunzione. È per questo che la bellezza insidia la nudità come il pericolo più prossimo: essa può sempre sottrarle (dérober) il suo stesso svestimento (dérobement), pretendendo di assumere un complesso di armonie, di proporzioni, vale a dire di conformità in sé e a sé di questo corpo, il cui compito non è quello di esser conveniente, ma innanzitutto di venire.

Viene, in effetti, viene fuori, viene a questo fuori che diventa per se stesso. È tutto intero fuori ed è da fuori soltanto che può venirgli, più che una bellezza chiusa su di sé, questa tutt’altra bellezza che gli danno lo sguardo e il desiderio degli altri. (Ma davvero “tutt’altra”? Non è forse la stessa bellezza resa visibile, dischiusa dallo sguardo desiderante?) Questa nuova bellezza viene da lontano, da molto lontano, viene da lì dove gli altri sono nudi, gli altri e anche le altre, ed esposti. Meno solo che mai, il corpo nudo si rapporta a quanto vi è di più lontano, a ciò che in ciascuno (in ciascuna), fosse anche vicinissimo o vicinissima, a portata di mano, rimanda a quanto vi è di più distante, di meno accessibile: l’accesso, precisamente e assolutamente, l’accesso alla vita e alla verità, l’accesso alla presenza e all’esistenza.

Nudo, in effetti, nudo come un verme, nudo come un bimbo appena nato, è il corpo che l’anima sta per formare o informare – questa anima che non è altro che la sua forma di corpo e che si spande su di esso come la sua pelle, come il disegno e il colorito della sua pelle, come i segni e le macchie che porta addosso, le sue sporgenze e le sue depressioni, i suoi accidenti.

Nient’altro che il che di una presenza, con il come della sua contingenza più precisa: ecco, questo è il suo corpo, questo corpo è il suo “ecco”, “guardate qui”, guardate che e come un’infima differenza si scavi nel corso indistinto della sostanza identica a sé. Ecco che viene una non-identità, una perturbazione, un’alterazione: non si tratta qui di giudizio, se non di quello che si chiama “giudizio d’esistenza” e che si dovrebbe piuttosto chiamare “attestazione”. Ecco, è attestato, possiamo attestarlo, ecco un’esistenza – ma come ogni altro testimone, non possiamo testimoniare nient’altro che fatti, non ragioni o fini. Ed è proprio di questo che il nudo testimonia – rendendoci testimoni della sua testimonianza – vale a dire di un’esistenza senza ragioni né garanti, senza identità né correlati. Giacché testimonia di questo accesso semplice alla presenza, il nudo testimonia anche del fatto che questa semplicità è ingannevole e fino a che punto l’accesso non solamente è complesso ed essenzialmente differito, ma quanto addirittura esso impedisca l’accesso. Non accediamo alla nudità: venendoci incontro, essa ci tiene a distanza.

Il pudore, vale a dire la vergogna mescolata all’ostentazione, o il rifiuto in segno di consenso, non è altro che l’affermazione – per sé e per l’altro, sé come un altro – di un’aderenza e di una simultaneità tra l’attrazione e la repulsione, l’una così forte come l’altra, per questa svestizione furtiva (dérobement) senza fine attraverso la quale il nudo, defilandosi, parte verso il senza-fondo, verso l’origine da cui sorge tutto nudo, tutto nuovo, come un bimbo e come un verme della terra, verso l’origine alla quale non si tratta di accedere, perché non sta da nessuna parte, non è.

Non c’è un sostantivo dell’origine, essa non è un soggetto. Origina, ma non è l’origine. In essa si origina l’esistenza di questo corpo nudo, ma questo “in” è in essa senza luogo, “in” essa è lo ex nihilo da cui tutto ciò proviene. La nudità fa segno verso questo nulla, verso questa realtà di niente attraverso lo svuotamento della quale è possibile un arrivo, un sopraggiungere nudo di una nuda che viene (une venue, une survenue nue).



VI

Così freme la nuda, il nudo, portando su di sé l’attrazione e la repulsione della sua provenienza – o piuttosto, sì, piuttosto portandosi e comportandosi come l’attrazione e la repulsione della provenienza per lei stessa. Giacché la provenienza stessa è senza provenienza. È il passo d’origine senza origine (pas d’origine) la cui ambivalenza congiunge l’assenza e l’incedere. Questo congiungimento è quello di cui è composto il nulla, la cosa originaria come origine di tutte le cose.

Il corpo nudo freme di questa assenza e del suo incedere: è esso stesso, nudo, il mancamento e l’andatura, il sopraggiungere tratto da niente e niente esso stesso, nulla, l’infima apertura di una fonte, in sé semplice contorno, semplice svasatura di niente da cui tuttavia sta sgorgando e colando un filo di vita, un getto di presenza. La nudità è la fonte. Il sesso è la fonte della fonte: non soltanto perché ne proviene la generazione, ma perché esso stesso, il sesso – che è impossibile, precisamente, dire “lo stesso”, il sesso che non è “lui”, né “lei”, ma il differenziato/differenziante per eccellenza – non è nemmeno qualcosa, né un qualche organo, ma lo sgorgare stesso, questo sgorgare che si chiama godere e nel quale si risolve, si dissolve il corpo nudo nell’esasperazione di uno spasmo che lo riconduce alla ritrazione ed attrazione del passo d’origine senza origine (pas d’origine).

Freme, si commuove nel trovarsi all’improvviso portato dalla sua nudità offerta – da questa offerta che lo denuda – alla propria nascita e meglio ancora, come se fosse la sua stessa origine, rivelando perciò come non sia affatto la propria origine, come non ne abbia affatto, come la fonte rimandi più lontano, tremendamente lontano nelle viscere della terra e nei vapori assemblati delle nuvole, i cui rovesci si abbattono al suolo.

Non è un ritorno melanconico quello del corpo nudo verso la fonte. Non è un ritorno verso un oggetto o un soggetto perduto: non si tratta di niente di simile, si tratta del ritorno a sé di ciò che di sé si stacca da sé – un corpo, un essere-al-di-fuori o un fuori in forma di essere, la distesa di un’anima, la sua materia multipla e fluida, e niente che sia uno spirito, nessuna puntualità raccolta in sé. Lo spirito, da parte sua, non saprebbe essere nudo: non esce da sé – o meglio lo fa sotto quest’altra forma che è il soffio, il trasporto di sé, non il deflusso di sé.

È un ritorno gioioso, anzi giubilatorio, è un ritorno felice di venire di nuovo a niente, di venire solamente: ritorno che non ritorna né si rivolta, giacché non c’è niente a monte. Non c’è che la fragilità di quanto è a valle, il deflusso chiaro dell’acqua sgorgata lungo i pendii. Nudo e nuda non sono che pendii, fianchi dai quali precipitano sudori visibili o immateriali, ruscelli che scorrono verso una valle in cui il gran fiume porta tutto fino al mare – giacché la nudità si trasporta essa stessa, fragile, incerta, commossa, confusa per tutto questo corpo e tutta questa pelle che la imbarazzano e per finire l’opprimono.

L’immagine nuda per finire si disperde così come è uscita dal nulla, tremolante, pudica, sfrontata. La pelle nuda s’involge verso questi bordi in cui si fa orifizio e mucosa, umidità nascente, cambiamento di elemento – da terra e aria in acqua e in fuoco.



VII

Si tratta qui di foto di donne, e prese da un uomo. Questo importa poco. Solo importa questo segnale, che la nudità dei seni e dei velli, dei sessi fessurati e dei ventri, compone una variazione il cui carattere classico è temperato da qualche malessere e da qualche traccia di una nudità più quotidiana, di corpi affaticati da un qualche compito o semplicemente talvolta come appesantiti da se stessi, senza alcuna assicurazione, maldestri addirittura o impacciati, che stanno male nello spazio che l’inquadratura ha loro assegnato. È un segnale generale di fragilità – non una fragilità che sarebbe quella delle donne, ma la fragilità di tutti i corpi qui colta, al contrario, quasi eludendo i dati convenzionali del desiderio, eludendo anche con ciò stesso l’iconografia del nudo per far affiorare dolcemente, discretamente ma fortemente, l’immagine non immaginaria, vale a dire la venuta in presenza.


Ciò che, del femminile, insiste in questi corpi – mai interi, occorre notarlo, sempre frammentati, a zone – è il fuori di sé, è il sapere a fior di pelle di questo fuori in cui viene a eternarsi – a sottrarsi al tempo – la nudità senza unità. Ciò che si assenta e resta dal lato dell’occhio, del suo obiettivo, è l’immobilizzazione puntuale dello spirito – il maschile, in qualche modo – mentre ciò che si offre consiste in questo eternarsi della carne, altro nome per la presenza o per la presentazione, la venuta in presenza.

Il nudo nella sua immagine si regge sulla differenza, oscilla intorno ad essa, vacilla tra l’eternità fragile e la durata della ripresa fotografica, tra il fuori-tempo instabile e l’istante della tentazione di vedere. Ma questo istante si elude da solo. Ciò che dà a vedere fugge lo sguardo, ciò che coglie piuttosto ci coglie e ci consegna alla sorpresa e alla fuga dell’eternità. Queste pelli si sottraggono spogliandosi (se dérobent), queste nudità spariscono al fondo di se stesse, questi corpi ci avvertono a voce bassa di non volgerci affatto verso di loro.

La visione si elude, si sottrae (dérobe) a se stessa. È meno visione che batter d’occhio (clin d’œil), ma non un batter d’occhio di complicità libertina: ben lungi da ciò, è il batter d’occhio di una eclissi della vista e segno discreto che indica un altro approccio. Non si tratta di lustrarsi l’occhio, ma di lavarlo: che le pelli appena poggiate, le forme sempre in formazione e in trasformazione, che i movimenti perseguiti nel cuore dell’immobilità e la deviazione o la sospensione incessante dei significati – questo rinvio ripetuto al fatto che un nudo (una nuda) non segnali che sé e con ciò una riserva più trattenuta di qualsiasi pudore – che tutta questa meditazione in chiaroscuro sulle pieghe e le superfici, sui nei e sui peli, lavi i nostri occhi di tutte le iconografie ed immaginazioni delle nudità. Che così lavati all’acqua di queste sorgenti i nostri occhi si aprano altrimenti: che vedano il mistero ben manifesto, l’evidenza nuda dell’inappropriabile, della gloria non assegnabile dei corpi.

Parlando dell’esperienza moderna dei campi, dei profughi, dei rifugiati e dei declassati di ogni specie, Hannah Arendt rilevava che “il mondo non ha visto niente di sacro nella nudità astratta di un essere umano”. Se il “sacro” designa ciò che è separato, ciò che è strettamente distinto e sul quale non si può, senza qualche altra formalità, porre mano – né metter gli occhi – senza “sacrilegio”, e se il sacro designa pertanto ciò a cui non ci si avvicina senza “sacrificio” – senza consacrare qualche parte del “profano” al servizio del sacro – allora bisogna comprendere che la nudità “astratta”, vale a dire ritirata da ogni possibilità di incontro effettivo, in un rapporto qualsiasi di servizio o di desiderio, avrebbe dovuto far valere in maniera ancora più intensa il mistero della nudità: che non la si possa avvicinare senza aver lavato gli occhi e le mani, che non la si sappia toccare senza aver rinunciato a coglierla.

Non che ci sia lì per forza ciò che si pensa talvolta di poter designare come una “vita nuda”, se si intende con questo una sorta di dato elementare, messo a nudo come una verità prima dietro a tutte le forme di vita già codificate, significate e convalidate e il cui spoglio sarebbe capace di sovvertire le dominazioni opponendo loro resistenze sottratte alle forme ricevute. Si tratta di un’ipotesi meta- o para-politica e non è questo il luogo adatto per discuterne. Ma prima o attraverso ogni discussione di questo ordine, occorre perlomeno ricordare che innanzitutto la nudità riconduce al suo mistero, che si voglia o meno considerarla come “sacra”, vale a dire riconduce a ciò che si rivela da sé e che, di conseguenza, altrettanto si sottrae (dérobe) nella sua rivelazione, non rivelando precisamente niente – ma niente esattamente in quanto potenza di rivelazione. Non c’è un mistero del nudo, più di quanto non ci sia, in definitiva, un’assai semplice e molto esigente nudità del mistero.

Questa nudità del mistero, o la sua rivelazione, è proprio quanto suggerisce la serie di foto presentate da Jacques Damez, attraverso le immagini dei volti che la punteggiano. Ci ricordano che il volto, in tutto o in parte, forma con le mani e i piedi la nudità più ordinaria delle nostre esistenze, che non abbiamo l’abitudine di considerare come nuda. Ora tutto avviene come se la nudità dei corpi mettesse a nudo la nudità banale dei volti, la rivelasse in quanto nudità. Il volto di un corpo nudo non può più assicurare il senso di questo corpo: risulta insufficiente, se non impotente a dirlo come a trattenerlo alla portata di uno sguardo, così come le mani mancano di tendersi verso di noi.

Il corpo nudo riprende il volto in suo conto, se così si può dire. Gli toglie la faccia, lo inserisce tra le zone mobili alle quali allora appartengono il lobo dell’orecchio o la narice, la palpebra e il labbro. È un divenire-corpo del volto, che non impedisce il suo contrario: un divenire-volto del corpo intero, che ci sta squadrando per discernere se siamo volti verso il suo mistero.

Allora la nuda si mostra opprimente senza scampo, giacché ci giudica a seconda che sappiamo amarla così fragile com’è.



VIII

Ma occorre avvicinarsi ancora più da presso, in un approccio che non può farla finita. Occorre comprendere ancora – occorre prendere ed esser presi: un nudo non si guarda, un nudo si prende e si apprende, ci si invaghisce. Occorre giungere a questo sapere per il quale il mistero nudo non possiede nulla della tensione nascosta, sotterranea, che si suppone nel mistero. È mistero in quanto è nudo, è mistero anche a fior di pelle, non sotto la pelle. Non è nel corpo, è il corpo: è la manifestazione del corpo in quanto corpo, vale a dire in quanto è qui.

Non il mistero di una verità da rivelare, ma la rivelazione stessa: che ci sia qualcosa da rivelare e che ce ne sia infinitamente. Il rivelato non si esaurisce che alle due estremità del corpo: nella morte o nel godere. Ma l’una e l’altra sono in se stessi inesauribili, sono l’inesaurimento per eccellenza, e si ricongiungono così nel mistero.

Il nudo è innanzitutto inesauribile. È saturo e inesauribile, è colmo, debordante se stesso. Eppure, è senza “se stesso”, è spogliato – nudo – non consiste più se non nella sua spoliazione, spogliandosi dunque senza fine senza mai spogliarsi più oltre.


Ci dice di venire a lui. Dice anche a sé di venire, di non smettere di venire verso ciò che si presuppone sia o faccia: la nudità stessa, vale a dire appunto lo “stesso”, “lui stesso”, “lei stessa” nella sua assoluta improbabilità. Improbabile, e dunque commovente. Infinitamente toccante. Per finire, non finendo, il nudo, la nuda non fa nient’altro che toccare, essere toccato. Toccare, essere toccato, è la stessa cosa: è l’imminenza assoluta, assolutamente sospesa. Non si andrà più oltre: non si strapperà via più nulla. Ma non si andrà neanche meno lontano, non si tornerà indietro. Esser stati nudi o esser stati davanti al nudo, offerti a lui o lui offerto a noi, è più antico e più nuovo di ogni memoria e di ogni sorpresa. È quanto c’è di più antico e quanto c’è di più inaudito che si ricongiungono e si rinnovano l’un l’altro. Che tornano alle proprie fonti l’uno nell’altro. Il più lontano tocca il più vicino, il più vicino si tocca nel più distante, e si tocca come distante. La nudità si avvicina e si sfugge, si avvicina fuggendosene. Nel punto più prossimo, in quello più lontano, carezza e scossa, presa e cedimento. La nudità si disorienta da sola, sempre sorpresa, sempre presa e allontanata, sempre offerta e rifiutata. C
ade dalle nuvole (tombe des nues): non riesce a spiegarsi come si trovi là, sperduta, estasiata, illimitata, conchiusa. Caduta sotto se stessa e schiacciata, perduta senza essersi mai ritrovata.

Sempre promessa anche se data. Sempre ritratta anche se offerta. Mentre insegna il punto di fuga e la prospettiva inesauribile. Velature, pieghe, foruncoli, areole e ciuffi, fessure e anelli, nascite e cadute. La nuda nube (nue) si accumula e si schiaccia, immagine riversa, rovesciata nella sua acqua, nella fonte da cui defluisce, leggero delirio e sensibile stupore.

(Traduzione dal francese di Gabriella Baptist)


Note
*
) In Jacques Damez, Tombée des nues…, Paris, Marval, 2007, pp. 5-15.
Tutte le fotografie pubblicate appartengono alla serie
 
Tombée des nues... di Jacques Damez e sono riprodotte per gentile concessione dell'autore.

1) Jacques Derrida, L’animal que donc je suis, Paris, Galilée, 2006 [trad. it. di Massimo Tannini, L’animale che dunque sono, Introduzione di Gianfranco Dalmasso, Milano, Jaca Book, 2006].

 


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